Cit. “L’ultimo anno”, di Gianluca Ricciato

“Ma soprattutto, che il mio ossessionante senso critico sta per liquefarsi nella zona di frontiera. Perché si stanno aprendo i sensi in quest’epoca, nessun odore e nessuna persona e nessuna parola mi passa più indifferente.
Da questo caro mio non potrai scappare, come sei scappato dalle discoteche house della tua terra e dalle insalatone nei pub affogate nella maionese e dai panini addentati dai figliocci incellophanati della borghesia meridiana. Tu e le tue paranoie, tu e il tuo senso critico non potrete più scappare dai vostri sensi.
Cercherete di farlo, ma alla fine dovrete arrendervi.
[…]

Gli anni Novanta non avevano più il problema del rapporto tra politico e privato, perché tanto di privato c’erano solo le nevrosi e di politico c’era rimasto solo il teatrino, i buffoni di corte e di palazzo. Poi il problema ritorna, la storia invece non finisce e il rapporto tra pubblico e privato ritorna non solo come uno dei problemi, ma come la matrice di tutti i problemi, i rompi­menti di coglioni che ci piombano addosso da quando siamo nati, dalle schifezze che ci fanno mangiare alle stronzate che ci inculca­no e se la politica come la intendevano quelli degli anni Settanta è morta sapete che c’è di nuovo? Tra diventare pazzi, depressi, schi­zofrenici, afasici patologici, avanzi di comunità, galere e centri di detenzione, punkabbestia psicotici, impanicati perenni, tra diventa­re tutto questo o in alternativa diventare gli zombi della normalità, oltre tutto questo c’è la nostra libertà che si pratica ogni giorno in come decidiamo di fare la giornata e la vita fuori dalla serialità del tempo e delle azioni. Farlo, non solo dirlo.
[…]

Fu anche così che in Italia la cultura diventò cultura della competizione di massa.
[…]

La nascita di questi gattini la scorsa settimana ha provocato la stessa apprensiva curiosità di quando nacque lei, quattro anni fa. Per la prima volta arrivarono i figli dei vicini, sette e nove anni, cari­chi di scatole e barattoli, manzi e croccantini pubblicizzati durante le pause dei cartoni animati. Era agosto anche allora e la mia ostilità a quei barattoli ebbe un moto di pietà davanti agli occhi raggianti dei bambini. Permettemmo loro di prendersi i gattini, di ingozzarli di scatolette, di chiuderli in casa impartendo loro l’educazione ur­bana che insegnava la televisione, di farli circolare su lettiere piene di merda e mattonelle levigate.
Non è bastato. Gli altri due come al solito sono spariti, lei è tornata qui con la forza della fuga e dell’insolenza, figlia ribelle di madre ribelle. Si è seduta nel vaso di terra senza piante che dal nostro giardino sporge sulla strada, in attesa di qualche maschio fico da spupazzarsi, e dopo un po’ di sesso libero ha deciso che era l’ora di farsi ingravidare. […]
Chissà ora cosa ne sarà di questi sei, di cui tre sono tigrati. Forse l’effetto cibo chimico a dosi industriali ha raddoppiato le capacità riproduttive, come noi che siamo il doppio d’altezza dei nostri bisnonni e portiamo sette taglie in più di calzatura plantare.
Chissà se è nata anche questa volta la tigrata che continuerà la stirpe matrilineare e che mi darà ancora una volta l’illusione di es­sere immortale, l’illusione che dalle parti dove sono nato nulla si crea e nulla si distrugge. L’illusione di avere sempre la stessa gat­ta di proprietà ad aspettarmi quando torno nella casa di famiglia, anche se sono state tante gatte e tutte senza nome né cognome di famiglia.
[…]

Maggio è speranza e anche tradimento.
[…]

L’afasia sentimentale non ci impediva la condivisione amicale, del resto quella amicale era l’unica via che conoscevo per arrivare ai sentimenti, sempre così era andata e nonostante mi sentissi continuamente dire che non era possibile conciliare amicizia e sentimenti. È possibile se lo vivo, e questo mi basta.
[…]

Una delle persone più importanti di quest’anno non mi ha mai dato il suo numero di telefono, né io gliel’ho mai chiesto. Ci siamo sempre incontrati per caso, anzi per voglia sua, non ho mai fatto nulla per vederla o cercarla eppure è stata così presente nella mia vita e in quella dei miei amici, è stata sempre lei a venire a bussare a casa o telefonare per chiedere compagnia. […]
Forse se quindici anni fa ci avessero detto che il mondo sarebbe andato così ci saremmo messi le mani nei capelli o ci saremmo fatti una risata. Se ci avessero detto che il telefono sarebbe diventato un oggetto personale obbligatorio come la carta d’identità, se ci avessero parlato delle caselle elettroniche e dei social network, delle giornate passate in posizioni fetali davanti ai computer, saremmo inorriditi. Se ci avessero detto che nessuno sarebbe più uscito da casa senza prima aver telefonato o messaggiato qualcuno per es­sere sicuro di non rimanere solo per strada, per essere sicuro di trovare l’aperitivo, la festa, il concerto desiderato senza imprevisti sorprese o avventure di sorta. Saremmo inorriditi.
Se avessimo avuto uno schermo da cui guardare il futuro, e aves­simo visto persone per strada che fuggono se qualcuno si ferma a chiedere informazioni o peggio ancora passaggi, avremmo rotto quello schermo per la rabbia.
Se avessimo conosciuto il tom tom e ci fossimo guardati schiavi teleguidati incapaci perfino di consultare una cartina geografica o orientarci tra le strade di un qualsiasi centro sconosciuto. Se ci fos­simo guardati telefonarci a pochi metri di distanza fino a quando non ci incontriamo. Incapaci addirittura di darci un appuntamento preciso in un luogo preciso ad un’ora precisa, incapaci di aspettare più di cinque minuti leggendo un libro o un giornale di carta senza telefonare impazienti alla persona attesa.
Incapaci di accettare la solitudine e la vita come viene.
Incapaci di leggere un libro o un giornale di carta.
Pugni nello stomaco.
[…]

Cerco giu­stificazioni improbabili, parlo dei miei problemi sentimentali, delle mie ansie, dei miei blocchi irrisolti, ma la cosa in lei non fa altro che peggiorare la situazione. Voleva fare l’amore.
Parlo dei miei ultimi mesi di vita e nei discorsi acrobatici che imbastisco spunta il nome di Betty. Anja si drizza e si rimpettisce, levandomi la testa dalle sue spalle e la gamba appoggiata sulle sue ginocchia.
Una donna ferita e saggia.
[…]

È come se ci stessimo rendendo conto che quello che conta siamo noi, siamo le persone, e basta. Ci stiamo rendendo conto che prima di tutto ci interessa conoscerci, sapere come la pensiamo, quello che ci è capitato e quanti fratelli e sorelle abbiamo, se onoriamo o litighiamo con il padre e con la madre, se ci mancano i colori delle nostre rispettive terre. Se ci piace fare l’amore, e quanto e con chi. Non è solo il vino, è qualcosa sopra le nostre teste che ci ha fatto scattare l’autocoscienza. Nei momenti in cui qualcuno esagera ad alzare la voce o a ridere gli altri sono subito pronti a contenerlo, a farlo rientrare nei canoni, anche se sappiamo che nel circoletto nessuno si scandalizza. Abbiamo voglia di anonimato, di privato.
[…]

Prima almeno era tutto più chiaro, chi stava con lo Stato e chi stava contro, e si facevano la guerra. Nem­meno questo abbiamo noi, ma nemmeno lo vogliamo. Quanto ci siamo divertiti quest’anno, quante risate ci siamo fatti. Quante sto­rie ridicole e grottesche abbiamo vissuto, quante avventure senza senso.
Il nonsense è diventato il nostro sesto senso per evitare la serietà della vita che ci piomba addosso e non sappiamo affrontare. Solo che tu riesci a dormire bella mia, tu riesci ad acquietare la mente, io sono ancora qui a rimescolarmi le immagini nel cervello per il mio solito vizio di non riuscire a staccarlo, per il solito circolo vizioso di cercare il senso nel nonsenso.
[…]

Io mi innamoro dell’amore, non dei pezzi o delle parti, e mi ricordo sempre quello che mi disse un filosofo pazzo delle mie parti, cioè che l’innamoramento è gratis e l’amore costa fatica.
Io soffro ancora adesso per il non riuscire a gestire questa presa che mi sorprende alla bocca dello stomaco, e spesso mi fa restare impalato, mi mette la paura di agire e di amare e magari mi rovina l’amore, quando riesco a viverlo con queste persone. Ma soffrire non significa dimenticare che quest’amore c’è e forse ci sarà sempre, perché a volte non è bastato non vedersi per anni perché finisse.
[…]

Riparliamo di gelosia e di sentimenti, ma stavolta davvero, sta­volta senza maschere. Ora non c’è più niente da tenere in clande­stinità, ora lo sappiamo e sappiamo anche che sarà difficile portare avanti questa emozione, questa vita così com’è. Ma non per la poli­zia e gli sgomberi e la fauna underground bolognese e tutto, ma per come siamo fatti noi. Perché ci siamo accorti che quello che stiamo tentando di fare è bello ed è impossibile.
Portarci al di là del guado, al di là del superamento delle cornici e delle gabbie, al di là della morale borghese secolare, delle doppie morali e delle doppie vite, al di là della famiglia mononucleare e al di là del capitale, al di là delle logiche binarie. Al di là della nostra capacità di sopportare tutto questo senza scoppiare, i nostri cervelli e i nostri sensi al di là del bene e del male. Nel trapasso verso la nuova era dopo il piccolo mondo antico portarci anche i sentimen­ti, il volersi bene, l’amore che oramai non riusciamo nemmeno a nominare per quanto è stato consunto di letame idealista.”

https://fiabeatroci.wordpress.com/lultimo-anno-online/

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