Cit. Lucia

«Quando ero una liceale mi colpiva la forma delle parole.

Mi innamoravo della capacità retorica e ammaliatrice del ragazzo più grande di me. Sognavo seguendo il suono delle sue parole.
Passava il tempo però e mi mancava qualcosa. Sentivo solo note stonate senza scopo. Dov’era l’umano? Lo cercavo ma non lo trovavo. Rinchiuso forse, perché materia inappropriata, senza dignità paragonata alla forma delle parole.
Pian piano così ho capito alcune cose…
Ho capito che il falso intellettuale si ingozza di contenuti, ingrassa il suo ego infinito, costruisce un insieme di strutture, barcolla tramite parole vuote, si elogia con meriti a se stesso, conversa utilizzando lunghi soliloqui, la sua penna è il su mentore. Non ascolta. Perde pian piano l’umanità che sostiene di sperimentare nei libri che si impone di leggere, un vero narciso dimentico di ciò che sta alla base, del viscerale, del contatto con l’altro.

Perciò io ho sempre ovviato a questi circoli, a questi falsi prodigi della natura. Ho amato l’umano e dei miei uomini ho stimato la curiosità, le emozioni espresse in parole semplici e il silenzio contemplativo davanti ad un tramonto.»

Lucia Messina

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