Cit. Gipi

«Senza rendermene conto mi succede qualcosa: la vanità inizia a scavare il buco. Oggi sono arrivato alla conclusione che la vanità sia il nemico numero uno della creatività; diventa un agente distruttivo che si applica soprattutto alle persone che hanno avuto delle carenze affettive di crescita, cosa che io indubbiamente ho avuto e certificato dalla mia storia famigliare. Non c’è roba alla Dickens, non ci sono abbandoni nella pioggia e roba del genere; semplicemente sono cresciuto con uno dei due genitori che mi amava solo quando ero bravo, che è una cosa molto diffusa. Se io ero bravo mia madre mi voleva bene. Cresci pensando che quello sia l’amore: quella cosa che ti arriva quando sei bravo. E quindi diventi bravo: io so sciare, so portare una barca a vela di quindici metri praticamente da solo, so suonare basso batteria chitarra tastiere, imparo le lingue senza studiarle… Tutto quello dove posso eccellere lo devo fare, perché ho imparato quello. Ho imparato che per essere amato devo essere bravo. Per cui, guarda caso, chi pensa questo fa mestieri tipo l’attore, il cantante, lo scrittore, cioè roba dove vai a ricercare la stessa forma d’amore.

Io faccio un bel libro, cioè sono stato bravo, mi arriva un applauso e questo applauso mi scalda il cuore. Problemino: quella forma d’amore lì ti fa un buco che ti genera uno strano brivido di gelo nel corpo. Quando prendi gli applausi, cioè quanto ricrei quel meccanismo nel quale sei cresciuto, questa forma di amore che ti arriva dall’esterno ti dà l’idea di tappare quel buco; però succede una cosa strana: in realtà il buco ti si allarga. Per cui dopo te ne servono di più di quegli applausi, di quell’apprezzamento. E il buco continua ad allargarsi. Il succo è che il micro-successo avuto per La mia vita disegnata male ha innescato proprio questa roba qui, cioè mi ha allargato il buco nel cuore fino al punto in cui mi ci passava il vento gelido a cento chilometri l’ora. E una mattina alle sette sono arrivato a Psichiatria a Pisa, a quattro zampe, ho bussato e ho detto: “Mi aiutate, per favore? Perché penso solo a levarmi dal mondo”. Senza motivo. Volevo solo morire.
[…]

Sono tornato a casa mia, mi sono rimesso a stare coi miei amichetti ai quali non frega nulla di che tipo di mestiere io faccia, se vendo un libro o se ne vendo cinquantamila. Ho incrociato le dita, perché in quegli anni questo processo di raggelamento faceva sì che io andassi a raccontare e non mi venisse nulla. Andavo al tavolino e non mi veniva nulla. La mia vita era sempre stata quella, cioè che io andavo al tavolo e succedeva questa magia per cui scrivevo, disegnavo, facevo delle cose che più o meno mi piacevano. Morto. Quello che mi ha sgretolato è stato il rendermi conto che questa cosa, che io avevo sempre temuto che mi abbandonasse, mi aveva effettivamente abbandonato. Ho messo in atto un po’ di questi processi di aggiustamento, ho smesso di vestirmi come un coglione con tutti i completi fighi eccetera, ho smesso di fare la bella vita, mi sono ridimensionato molto, ho dovuto aspettare tre anni e mezzo e un giorno mi sono rimesso a disegnare. Una volta, parlando con Riccardo Mannelli, tanti anni fa mi disse: “Io e te siamo al sicuro, perché tanto prima o poi ci arriva la botta nella testa. Tutte le volte si torna giù nel pozzo e dal pozzo si ricomincia a lavorare”.
[…]

Sui social media a volte uno fa una battuta e gli altri gli dicono “Sei un genio”. Facendo il mestiere che faccio, cioè inventando roba, di questi commenti ne ricevo parecchi. Nella nostra società contemporanea si usa dire “lui è un genio”; gli antichi greci invece usavano lo stesso termine in un’altra forma, dicevano “lui ha il genio”. Questo significava, per loro, che quella persona, in quel momento della sua vita, era toccata dagli dei in un modo tale che lui possedeva – in quel momento, per quel periodo – il genio. Per me è molto importante questa differenza fra noi che intendiamo “lui è un genio”, come se fosse questione di nascita, e quest’altra “lui ha il genio” come processo anche probabilmente a tempo. Credo molto in questa definizione antica. Anche perché ho sempre avuto la sensazione di lavorare bene quando avevo il sentore di non essere lì; come se uno potesse svanire e diventare un tramite fra dei misteri e il foglio. E questa sensazione l’avevo sempre tradotta nell’idea di un uccellino che mi stava sulla spalla, con la fragilità della sua condizione, che appena ti muovi piglia e vola via. Per cui avevo sempre questa sensazione di un uccellino che stava qui e che all’orecchio mi suggeriva che cosa fare.
[…]

A portata di clic hai una trappola, ci scommetto qualsiasi cosa. Le armi per la liberazione non saranno di sicuro lì, perché lì te le danno preconfezionate: dicono di mettersi una maschera e dire certe parole, vedrai che cambia tutto. Secondo me ti stanno truffando alla grande. Diffondere le mail degli scambi tra i dirigenti dell’Enel e dell’Eni può cambiare il mondo? Non credo, ma penso che ci sia chi fa diventare le cose spettacolo, perché viene dallo spettacolo, perché è fatto di spettacolo, e il mondo dello spettacolo vuole che tu rimanga esattamente così.»

Gipi

http://www.minimaetmoralia.it/wp/gipi/

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