Cit. “A come Amore”, di Nicoletta O.P.

Già, mia madre ha sempre fatto quello che voleva. Non le importava nulla dei giudizi della gente, né di quello che pensavano i suoi amici. […]

Le interessava come si comportava. E lui, a quanto diceva lei, si comportava bene. Ma questo per i suoi compagni, i suoi amici, era semplicemente assurdo, inconcepibile. […] Ha sempre avuto una tendenza a mettersi nei panni dell’altro, ad assumere il punto di vista del suo interlocutore. E questo in politica era considerato un difetto, ma a lei non importava. Detestava l’arroganza di chi si sentiva dalla parte del giusto.

……………………..

‹‹Continuavo a sostenere che eravamo diversi, perché io sono comunista. E lei anarchica. O meglio, forse io sono più anarchico di lei, sempre che ci siano dei gradi di anarchia, ma darle ragione quando mi diceva che lo siamo tutti mi dava fastidio. Per fare pace mi propose di andare al concerto di De André››.

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‹‹Oggi Fra mi ha chiesto perché non voglio iscrivermi a nessun circolo libertario, né alcun gruppo pur sostenendo di essere un’anarchica. Ho cercato di spiegargli che per me essere un’anarchica non è un marchio di fabbrica. È un sentimento, una condotta di vita.
[…]
Spero almeno che nel campo dove ho seminato il seme della solidarietà, del rispetto degli ultimi, dell’amore senza interessi, cresca forte un nuovo sentimento anarchico.
[…]
Perché tutti possono contribuire alla diffusione dell’Anarchia dimostrando che si può vivere in una società dove si aiuta e si viene aiutati, dove si ama e si è amati con la stessa intensità e senza chiederlo, dove tutti sono rispettati per quello che sono…››.

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…lei prendeva le distanze recitando a memoria il credo di Malatesta: ‹‹L’idea centrale dell’anarchismo è l’eliminazione della violenza dalla vita sociale…››
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C’era di sicuro in lei una visione romantica dell’anarchia, identificata con l’emarginazione come un’esclusione totale, assoluta dalla società, dalle convenzioni dominanti. Non era mai stata interessata a far parte di questo o quel movimento pur condividendone gli obiettivi, perché era attratta dall’individuo, da quelle donne e uomini apparentemente senza tempo, che restavano ai margini. Le uniche persone che secondo lei conservavano la purezza originaria. E anche lei voleva vivere ai margini. ‹‹Aveva una forte propensione ad autoescludersi››, mi ha sempre detto zia. ‹‹Non credo si sia mai sentita completamente a suo agio nel movimento. Nelle nostre battaglie lei c’era sempre, ma non faceva parte del gruppo. Il suo essere anarchica e per giunta individualista si prestava benissimo anche a non rompere con nessuna delle componenti della propria esistenza››.

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‹‹il problema è che la vostra parola d’ordine era “distruggere i maschi”. Ed io non mi sono mai sentita a mio agio a sentirla pronunciare››. Poi si rivolge a me, quasi a giustificarsi. ‹‹Avevo anche la “sventura” di essere felicemente fidanzata, e durante le riunioni del collettivo era quasi una colpa››.

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‹‹Per me l’impulso è più forte delle regole, ma la compassione più potente della ragione. io ho fiducia nell’uomo e l’umanità nuova sarà formata da coscienze capaci di autogoverno interiore e sociale in cui non avranno più posto gerarchie, autoritarismi, violenze. Se solo questo ottimismo, questa fiducia fosse anche quella dei terroristi…››.
Papà chiude il diario. Guarda in cielo. ‹‹L’umanità nuova, l’anarchia››, dico io mentre mi viene in mente uno strano gioco che s’era inventata mia madre per me. L’aveva chiamato “l’anarciccia“. Su un foglio aveva scritto che io ero una bambina fortunata perché libera di fare quello che volevo, a condizione però che avessi rispettato la libertà degli altri, avessi aiutato chi aveva bisogno, avessi studiato perché solo la cultura rende liberi. Ogni volta che mi comportavo male perdevo dieci punti libertari, ma li potevo recuperare se facevo qualcosa per qualcuno in difficoltà. Per tutta la vita ho cercato di non perdere i suoi punti. Anzi ho provato ad accumularne sempre di più, perché così mi sentivo la sua “anarciccia”.

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