Cit. Kapdkjumb

«Temo che sarei considerato da Gramsci un indifferente. Se non credere nel processo democratico, quindi in sostanza non recarsi alle urne, sia “lasciar fare”, allora sì, sono un indifferente. Non perdo tempo nel rendermi complice di una farsa e aspetto, anzi cerco di affrettare, “l’ammutinamento”, magari una rivoluzione. Parteggio, ma non mi uniformo. Diciamo, come disse Alexander Langer, che “in una guerra parteggio per i disertori”.
[…]
“Quindi io non so che farmene degli attestati di solidarietà… Piuttosto annuncio qui questa sera che non parteciperò più a nessuna giornata della memoria se non per parlare del popolo rom, quello sterminato nei campi di concentramento e quello che ancora oggi subisce il razzismo, l’emarginazione, la violenza della nostra società… Il grado di civiltà di un popolo si misura sul rispetto di questo popolo verso le alterità, verso ciò che da lui è diverso, e verso i più deboli… Oggi si dice: “l’accoglienza si merita attraverso l’integrazione”, in altre parole “io ti accetto purché tu diventi come me”. Questa non mi pare accoglienza, ma ricatto […]” Moni Ovadia»
L’indifferenza e la discriminazione chiamata “memoria” — 27 – 01 – 2008 – ROMA

«Spesso una delle risorse più ricorrenti che il viaggio richiede è la pazienza. La pazienza non nel senso di sopportazione delle avversità. Nel senso proprio di pazientare, di lasciare che il tempo passi senza che nulla sembri accadere. Lasciare anche insomma che il tempo passi, così, inesorabilmente. La pazienza è una sana disposizione all’attesa. E’ cioè attendere senza lasciarsi scoraggiare dal tempo che passa senza apparentemente dare risultati.
[…]
Ma è proprio quando le porte sembrano sbarrarsi una dietro l’altra che si avverte che il viaggio sta covando qualcosa di impensabile. E lui, il Viaggio, mette alla prova. Si aspetta solamente che si abbia fiducia di lui, anche nei momenti più difficili. Ma poi sa sempre come ricompensare di questa fiduciosa attesa, di questa pazienza.»
Pazienza orientale — 18 – 03 – 2008 – ISTANBUL (TURCHIA)

«E’ strano trovare il proprio baricentro all’improvviso in un posto lontano da casa. Rassicura e sconcerta al tempo stesso. Sconcerta perché uno si chiede perché ci è voluto tanto tempo per trovarlo.»
Baricentro turco — 20 – 03 – 2008 – ISTANBUL (TURCHIA)

«In Italia non si vedono manifestazioni come questa e nemmeno si potrebbero vedere. Una minoranza etnica e linguistica di 20 milioni di persone […] (sono forse 4 milioni i Curdi a Istanbul su un totale di 15 milioni di abitanti, cioè quasi 1/3 della popolazione in città) […]. Davvero, ho avuto i brividi. Sopra quell’oceano di persone si componeva come un miraggio la speranza di una Turchia diversa, laica, plurale, democratica, che forse non sarà mai, almeno a breve, ma che sicuramente già esiste nei cuori di milioni di cittadini turchi.»
Newroz piroz be, Mehmed! — 23 – 03 – 2008 – ISTANBUL (TURCHIA)

«Un altro concetto di “fuga”, che viene perlomeno sfiorato da Henri Laborit nel libro “Elogio della fuga”, un regalo che ho ricevuto 10 giorni fa da un altro carissimo amico, Vito, durante il passaggio da Roma. Queste alcune frasi del libro:

<<Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio>>.

E ancora dallo stesso libro:
<<Perseguire un obiettivo che cambia continuamente e che non è mai raggiunto è forse l’unico rimedio all’abitudine, all’indifferenza, alla sazietà. E’ tipico della condizione umana ed è elogio della fuga, non per indietreggiare ma per avanzare. E’ l’elogio dell’immaginazione mai attuata e mai soddisfacente>>.

Quello che volevo dire sta racchiuso più o meno tutto in queste frasi. Fuggo per proteggere quel modo di essere “italiano” che in Italia in questo momento si avvilirebbe e di cui io sono un trascurabile ma pur sempre vivo esempio. Mi sento più “italiano” (per quello che per me consiste l’essere “italiano”) qui a Istanbul di quanto mi possa sentire in questo momento in Italia. E “proteggere” significa anche “lasciare che continui a crescere”. Si cresce anche con la lotta, caro Luca, ed è questo il momento per te di crescere in questo modo.

Per me no. In questo momento è come se stessi raccogliendo i frammenti di “italianità” che le sponde del Mediterraneo hanno custodito nel corso della Storia dal passaggio di Italiani, popolo tra i popoli mediterranei. E proprio perché lontani dall’Italia questi frammenti hanno continuato ad essere sé stessi senza essere corrotti dalle contingenze storiche. C’è chi scappa tutta la vita e non riesce mai a fuggire. Io invece, in questo momento, fuggo, “non per indietreggiare, ma per avanzare”. Sicuro che questo peregrinare mi riporterà presto in Italia, intesa come luogo fisico geografico, ma solo quando mi sentirò degno di rappresentare lì questo ideale.

Ah, e poi, fuggire “permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme”. Le rive sconosciute sono le voci dei bambini giù per strada che alle 11 di sera ancora giocano nei vicoli di questo misterioso quartiere, quello che nasce tra il corso Tarlabaşı e il Corno d’Oro. E’ un quartiere fondato dai Greci, ma anche molti Italiani hanno vissuto qui: Veneziani, Genovesi. Ora perlopiù vi abitano Curdi e Rom. E tanta altra umanità varia.»
Via del Campo e via di fuga — 11 – 11 – 2008 – ISTANBUL (TURCHIA)

«Qui è così, la gente è pronta a darti l’anima solo per un sorriso, una parola affettuosa.»
Sinfonia d’altri tempi — 20 – 11 – 2008 – ISTANBUL (TURCHIA)

«E un pensiero che oggi non posso fare a meno di fare è che essere qui oggi è un po’ un prolungamento di quei viaggi balcanici, di quella strana piacevole sensazione di camminare su strade fangose d’inverno tra il vapore delle cucine dei piccoli esercizi sulla via, tra gente che parla lingue che a fatica capisco, sentendomi solo eppure al centro di me stesso. Istanbul non è altro che questo. Solo che nessuna persona che mi abbia amato è mai stata capace di amare anche le mie fughe. Forse tutto questo va indietro di molti, moltissimi anni, quando molto piccolo me ne scappavo dalla vista di mia madre per andarmi a mischiare a sconosciuti, mettermi lì in silenzio ed ascoltare ed osservare. Non ho mai pensato all’apprensione di mia madre quando non mi trovava e anche oggi sembra che non mi accorga della delusione di chi mi sta vicino. Vagli a spiegare che non è una fuga da loro. Vagli a spiegare che dopo una fuga c’è sempre un ritorno.»
Anniversari — 10 – 12 – 2008 – ISTANBUL (TURCHIA)

«Milioni di persone oggi celebrano il Natale. […] La “mia” Europa si scatena a celebrare il “Verbo fatto Carne” e mi chiedo cosa significhi. Quanti milioni di Gesù, di Yeshouah, di Youssef, stanno nascendo in questo momento, durante un viaggio avventuroso, figli di 2 persone povere in un posto freddo e gelato. Il presepio non è oggi più un modo per ricordare qualcosa successa 2mila anni fa. Oggi è un modo per lavarsi la coscienza. Non c’è nessun dio che nasce, solo uomini che difendono la propria dignità dagli assalti dell’impero. Però proiettare su quel pupazzetto i sensi di colpa funziona: la gente in Europa si sente immediatamente meglio, pensa che il mondo sia più buono e sente di essere più buona, o almeno non colpevole. Non si rende nemmeno più conto che in quella rappresentazione c’è tutta l’essenza di ciò che la rende colpevole e che quindi durante l’anno non vuole vedere.
I milioni di bambini che oggi in quelle condizioni ancora nascono, alle periferie dell’impero e ai margini delle coscienze degli abitanti di quell’impero. La nostra vittima che viene a salvare il mondo, cioé a sollevarci dalle nostre responsabilità: ma che diavolo di stupidaggine è questa!! Non c’è nessun dio che salva nessuno, solo persone che sono responsabili della sofferenza di altre. Il presepio oggi non è altro che la bella favola che l’oppressore ha inventato per sollevarsi dai sensi di colpa nei confronti dell’oppresso. La favola dell’oppresso è ben diversa. Non c’è nessun presepio da preparare. Perché è tutto un presepio vivente.»
Né bue né asinello — 25 – 12 – 2008 – ISTANBUL (TURCHIA)

«Fino a quando proviamo compassione, ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti. E può quindi essere (a dispetto delle nostre migliori intenzioni) una reazione sconveniente, se non del tutto inopportuna.»
Davanti al dolore di Ghaza — 28 – 12 – 2008 – ISTANBUL (TURCHIA)

«But there is a point where, however, Italians and Turks are deeply different: the hypocrisy. Italians are subtle, the Turks brazen. Italians are double, the Turks proud. Italians seek subterfuge. The Turks direct confrontation. Italians are always opening an escape route. The Turks seek martyrdom.»
Creeping strategy — March – 29 – 2009 – ISTANBUL (TURKEY)

«Give me back the breeze and Bosphorus. Give me back the sounds from the street outside the window. Give me back my friends and the people who now care of me. Give me back a place where to be happy is not a fault, nor a reminder of what was not and could be.»
O bella ciao — April – 26 – 2009 – NAPLES (ITALY)

«This story teaches me once again one thing: bad surprises always come when I accept something that I don’t really want.»
Recurring dream

«I should just learn to enjoy the eastern time, as the Turks live. An eternal waiting for something that sometimes comes.»
Turkish eternal waits

«My turkish is improving, significantly in this last month. I experienced it in this last trip around Turkey. With a little dictionary i can communicate with whoever on whatever. It’s something…

Arkadaşlar, şimdi biraz Türkçe biliyorum. O zaman, dikkatli ol. Ne söyleyorsunuz anlayabilirim… ;-)

Sorry, a little warning for the Turkish friends…»
Rondo alla Turca

«I think that someday I will stop running after trivial things of humans and I will start serving the preservation of nature. If we lose this, if we dare to ruin the world, the planet, animals, what else remains?»
New beginning

«First: I don’t recognize that to be a journalist in Italy you must pass an exam to get the inscription in their own register. Any citizen is a media. Any citizen is a journalist. Otherwise we have to admit that there are citizens who make opinions and citizens who follow opinions. Citizens who decide what is important to know and citizens who never know things that for somebody else are not important. Any citizen is responsible of the culture he carries and of the news he knows. It’s his duty to be a media. Always.»
I hate September freedom fighters

«Years after years, I began to doubt those who abound with nice words. I think some nice manner is preferable between people, but when it is even prominent, it makes me doubt.
[…] The difference between “hospitality” and “comradeship” is easy to see. Both are legitimate, given that, in the case of the comradeship, a common platform is clear for everybody. And often it is not like that.
For instance: what do you mean by “Revolution”?
[…] If we don’t change ourselves upside-down inside us, if the revolution doesn’t come inside us first of all, it’s hard to change something outside. All the words of the world will not be enough to change even a comma of the social life, if we don’t change inside. This is the only revolution I am available to persue and to fight for.
[…] In fact in comradeship, there’s no space for doing something free, because everything depends on the cause. If you help me, you help me because I am member of the same fight. So you are supporting the fight, not me.»
Open letter to Bandista

«So, what is the message that the islamophobic Europe wants to spread? I guess this is the hidden message: we must save Iranians from themselves, we must stop the barbarism of these countries, we enlightened people can’t accept these things, we must demand that our higher principles prevail over an undeveloped society. What a shame! I do believe that Iranians are good enough to develop their governmental structures, given that the rest of the world will not look elsewhere anytime this current regime is shutting the voice of dissidents.»
Tehran stories

«Chiedete agli Algerini che vivono in Cabilia, chiedete ai Curdi, chiedete a quelle persone per le quali la rivoluzione non è mai stata possibile e non è possibile ancor oggi, chiedete alla gente del Sud America che ne pensano delle rivoluzioni arabe e della loro facile via al successo.»
CONTRO-PENSIERO UNICO

«Ora alcuni chiedono: tu pacifista, cosa avresti fatto? Beh, questa è una domanda pertinente per me, dal momento che affermo: sono contrario ai bombardamenti. Sono antimilitarista, di conseguenza questa è la mia posizione. Spiego perché.
Penso che la giusta soluzione contro l’avanzata dell’esercito di Gheddafi e la sua vendetta fosse l’interposizione civile fatta da quegli europei di sinistra che avevano sostenuto la prima avanzata dei ribelli e che adesso, di solito, sono contro i bombardamenti. […] Questa potrebbe essere la prima mossa.
La seconda potrebbe essere portare in tribunale per crimini contro l’umanità coloro che hanno armato Gheddafi, specialmente i premier di quei paesi che hanno venduto armi a Gheddafi. Una volta ancora uno di questi premier sta in Italia. […]. Beh, credo sia tempo che anche lui debba pagare, per molte cose, ma tra tutte anche per il suo sostegno ai dittatori e per le loro vittime.
Infine, i leader mondiali dovevano dichiarare ai media mondiali e specialmente al popolo in Libia quanto segue: “Cari cittadini libici, ci scusiamo e ci pentiamo per il sostegno dato a Gheddafi in passato. I nostri paesi assicurano che compreranno più il petrolio libico finché Gheddafi sarà in carica. Non sarà mai più come prima. Voi siete i soli protagonisti delle vostre vite in futuro. Fermate la guerra. Gheddafi è finito. Cominciamo insieme un nuovo mondo”.
Perciò, questo è ciò che più o meno avrei fatto. Credete che vi stia prendendo in giro? Credete che questa sia Utopia? Credete che sia ingenuo e meglio totalmente pazzo?

[…] Non sono un giornalista. Sono un viaggiatore che spende il suo tempo facendo film e suonando musica.

[…] Infatti: perché tutte le rivolte popolari nei paesi arabi sono state soffocate nel sangue in passato e queste stanno avendo successo? A datemi questa risposta: quali saranno i costi che gli Stati Uniti si riprenderanno presto? La soluzione non sono i bombardamenti. La soluzione è la fine di quel colonialismo che il popolo arabo oggi, nonostante i propri sogni di libertà e le lamentele degli europei di sinistra, sta addirittura invocando. Ciò è triste.»
Those who know, must speak now

«Where are you from? Where do you live? These are usually hard questions for me. Once upon a time I decided I would have replied that my place is there where my contrabass is.
[…]
The one who is on travel is one who is alive. I am happy to see alive people around me. Sometimes in Italy I feel like being living among deads, kind of zombies, robots who repeat formulas without having any idea of the world.»
The one who is on travel

«So I told them everything and it was like I was talking with old friends. They were so naif and gentle, how can I be afraid of such people? Paranoia is the only thing we must be afraid of, men!!!
[…]
The barbarians are coming. At least this time they are not coming with army. They come smiling. They ask us to share what we stole from them. This will mean to share our life styles too. This can please us or not. But there’s no reason to have prejudices but the reason of feeling guilty for those life standards that we planned for us only. That’s why, the knock on the door makes us nervous and paranoid, because we have not finished yet the meal we stole from our neighbor’s house.»
‘О μύθος δελοι οτι..

<<You are right. I think so. Welcome in a racist country>>.
<<Yes, this is racism. I am sorry, not for me, I will go back soon. But I am sorry for you Italians. You are lost>>.
<<I am convinced of this since time, my friend>>.
[…]

«This is not a multicultural world. It’s a multi-theatrical world. And reality is torn into pieces by ideologies, interests and madness. Just like the body of immigrants.»
On the body of immigrants

«Since I am an anarchist, I do not believe in any revolution. I don’t believe in revolutions except for the inner one. You can down a system only with another system and I don’t believe in systems. That’s all.»
What the word “revolution” is made for

«When it is time to celebrate, I am already elsewhere. Anytime you celebrate something, you forget dark corners. And I prefer to see reality from dark corners than being under spotlights. Not because I am shy. Normally I am not. But just because I rather prefer to know what it is hidden in dark corners, and there is where I like to be.
[…]
I think reality is often not what we can see. So that, celebrations are not an accomplishment of reality but rather a kind of collective rave. And if I really need some buzz, I stay far from politics.»
Out of the spotlight

«I found there a quotation by Proudhon:
<<It implies a contradiction that a government could ever be revolutionary, for the very simple reason that it is the government>>.
And that’s amazing how anytime a revolution is supposed to take place, the first thing that is done is to establish a new government.»
Tunisia: rebels and stunts

«How can I explain? I am forced by my principles to oppose that a nuclear aircraft carrier is anchored in the place where I live. I can’t accept this. You can’t oblige me to accept this, just because I am minority. To be minority in the choice to kill somebody, is called “complicity in the crime”. And nobody can force me to accept to be accomplice of murders. Is it clear? How can I explain?
Enough is enough. Italy is the doormat of the empire. The threshold starts here. Americans come, clean their feet on us and then leave to conquer new peoples, new countries, new economies and, by the way, to kill thousand people.
Ah, yes, by the way. For those who still believe that the uprisings in North Africa were spontaneous, please, give a look to this video-reportage, which is summary of what I have been saying since february.»
Italy is the doormat of the empire

«Comes a time when you are not even sure of what will happen in your next step or what you’ll find behind the next corner. In such a situation you can’t dare to have a hope, because your imagination is nothing in comparison to the complexity of reality. But you are now also fearless, because there’s nothing more to fear than to stand at your place, refusing to see how it ends.»
Nec spe nec metu

«This spring many whales stick around in the Gulf of Naples. One is beached just in front of my window. She is still alive and lively, I hope she will sail soon and she will not get lost in a narcissistic self-exposure on the beach. The whales are not girls in bikinis, under the sun they peel. They are rather made for the sea and for dropping the narcissism. Especially because narcissists eat each other and everybody knows that whales eat just plankton.
You know, maybe I am losing pace, but I lost passion in admiring myself, I am in another season of my life, when I spend more time in listening rather than in stating. But for sure, soon or later, something must be said. Like Rumi, the Sufi mystic, said:

<<Yesterday I was clever, so I wanted to change the world. Today I am wise, so I am changing myself>>. »
Sitting on the dock of the whale’s mouth

«Is it possible, Homer, to suffer for different places at the same time? Is it possible to call home different places at one time?
[…]
In fact many things can be a place. A person for instance. A person can be a place. Because some persons can make a place of what is around them, because they mean something to you and can change anything they touch. But times can be places, too.
[…]
That’s why times and seasons can be places as well, sometimes, because the memory of certain times creates in the mind a unique space which is a place, after all. And inasmuch a place, you can suffer for, you can be nostalgic for.
[…]
I don’t miss persons, I don’t miss seasons, I don’t miss places. Let’s speak frankly. I miss that feeling. Persons and places can change, seasons instead change always. So, where is that feeling, there I call “home”. Is it in the past? Is it in the future? Is it in my mind only?
[…]
There, somewhere out of here, perhaps will be too, once again. Nostalgia for the future!»
Nostalgia

«Sono ancora quello che a chi mi chiede cosa voglio essere, una volta cresciuto, è solito rispondere che una volta che sarò cresciuto ci penserò. Sto ancora giocando con la mia vita.
[…]
I miei lavori sono sempre troppo poetici per un giornalista (che considera il lirismo una mancanza di contenuti) e troppo documentati per un esteta (che trova noiosa ogni dettagliata informazione fornita).
[…]
Trovo ancora strane e non assumibili alcune condotte in uso qui a Napoli, per esempio quelli che scambiano la gentilezza con il servilismo. Hey ragazzi, non imparerò mai a essere scortese per esprimere che non mi sto prostrando ai piedi di nessuno. E non imparerò mai a considerare l’arroganza come indizio di talento. E non imparerò mai a dovermi coalizzare ogni volta che voglio fare qualcosa. Pertanto, vi sono alcuni nodi sulla strada per affrontare serenamente la città di Napoli.»
The god of nomads

«Se dico oggi: “Vado ad aiutare i civili in Siria”, tutti mi guarderebbero con ammirazione. Ma se dico: “Vado a sostenere i civili in Kazakhstan”, la gente direbbe: va bene, ciao.»
Syria: everything was written already (and said)

«Questo è il sentimento sedimentato che “Gomorra” (soprattutto il film) ha lasciato nelle persone semplici e oneste di Scampia. Ossia la sensazione che qualcosa di silenzioso, fondamentale e necessario fosse stato colpevolmente tralasciato: il piccolo lavoro di tante piccole persone che hanno sacrificato una vita intera per ribaltare quella narrativa che “Gomorra” ha poi insegnato all’Italia e al mondo.»
Circus Scampia

«Sapete, immaginate se Grillo venerdì durante il suo comizio conclusivo davanti a una piazza San Giovanni gremita a Roma, avesse detto: “Contrordine ragazzi. Non vi chiedo più di votare il M5S, vi chiedo di non votare in massa“. Obiettivo, meno del 50% degli Italiani al voto, grazie all’astensione dei sostenitori del M5S. A questo punto sfiduciato il sitema politico tutto, un governo di transizione e nel frattempo un referendum da tenere in tempi ragionevoli per l’abolizione del Parlamento e l’istituzione dei sabati referendari. Ah sì, questa mi sarebbe piaciuta.»
Dichiarazione di voto: tra la società post-ideologica e la sibilla cumana

« “Quello che mi preoccupa di più è che, grazie ad Hamas, la questione palestinese è ormai considerata come una questione islamica. Non è mai stata una questione di Islam. I palestinesi non sono tutti musulmani. Modello dei Palestinese è il Che Guveara non Khumayini. E questa è la nostra idea principale. Vogliamo che la gente capisca noi attraverso l’arte contemporanea, non la religione. Io, io sono atea, e così sono molti altri Palestinesi tra i 4 milioni che vivono in esilio.”
[…]
Gli scontri con la polizia quasi sempre danno pagine sulla stampa, quasi mai cambiano una società.
I sognatori cambiano la società, non gli eroi
Lobna is still dreaming

«Sono rimasto scioccato anche da altre 2 parole che il mio amico mi ha detto: “Quando stavo resistendo al parco di Gezi tra gli alberi mi sono detto che per nessun motivo avrei lasciato quel posto, ero anche pronto ad accogliere la mia morte. Non avevo speranza e nessuna paura a quel punto. Mai sentita una cosa del genere”.
Impressionante come da quasi 2 anni mi capiti di imbattermi in queste 2 parole: senza speranza e senza paura. E’ come se qualcosa mi stesse guidando su questa strada.
[…]
Quanto lontano si può andare non è una domanda che mi interessa molto in questo momento. Questo che sta accadendo non è bello perché è utile, è bello perché è giusto
I am here, my darling

«E non ti rassicura di certo vedere spuntare le squame sulla pelle di chi viene spazzato via come te, perché di solito chi si trasforma diventa squalo, quasi mai tonno.
[…]
Adesso sono qui a Istanbul. Se vogliamo un vantaggio c’è. Posso essere spettatore. Frasi come “tu non sei di qui”, “tu non puoi capire”, “tu poi un giorno te ne andrai” non mi sono mai andate a genio quanto oggi. Se qualcuno vuole insistere su questa falsariga, non può che farmi un favore. Alleggerirsi del peso delle responsabilità è un vantaggio, per quanto non richiesto.
Nemmeno però essere la Cassandra della situazione consola granché. Vedremo come andrà a finire.
Perlopiù pertanto me ne sto zitto, tanto quello che avevo da dire già l’ho detto. Osservo. Mi guardo intorno. Ascolto.»
Before being washed away – Awareness before solutions.

« […] grondano di voglia di scontro.
Bene, cosa voglio dire dopo questo racconto? Dico che tutto questo non mi piace, mi puzza e non mi convince per niente. Ieri a notte fonda ho scambiato 2 chiacchiere con Olya, un’amica ucraina che ha da poco visitato Istanbul. Mi ha scritto: “Panem et circenses, se vuoi manipolare, dai pane e azioni collettive. Queste persone hanno bisogno di circo.
[…]
Solo che chi è il circo per chi? Dall’esperienza di sabato sembra che noi siamo il circo per qualche altro, che sicuramente si divertirà a vederci a darcele di santa ragione per non cambiare mai un cazzo.
[…]
I poliziotti, poveretti, sono robot. I loro radar captano solo il manifestante abbrutito con il fazzoletto sul naso che canta slogan carichi di rabbia e vendetta e che si illude di cambiare qualcosa e non cambierà niente invece, prestandosi piuttosto ad essere lo strumento di qualcun altro. Il “passante” il poliziotto non lo capta, sfugge al suo radar. E allora non chiamatemi manifestante, chiamatemi passante, perché voglio passare oltre e andare avanti.»
Brides and passers-by get the point – Spose e passanti ci arrivano

«Quello che manca nelle strade italiane è fare comunità. Ossia la manifestazione di amicizia tra persone sconosciute che per caso si trovano a passare. Questo è ciò che la musica per strada può fare. Questo è ciò che la musica per strada fa a Istanbul e ciò che i Kara Güneş fanno da anni.
Per le strade italiane i Kara Güneş sono dei marziani.
[…]
In Italia c’è bisogno che la gente viva di più in strada, si guardi negli occhi e si metta a parlare tra sconosciuti. Bisogna imparare a conoscersi. A essere gentili. A essere ospitali.
L’Italia che ho visto stamattina nessuno la può raccontare meglio che il viverla. Perché il parlarsi di persona non produce ricchezza materiale, non costa nulla, non è tassabile, non è vendibile, non è sfruttabile economicamente, non produce consenso, non è manipolabile, pertanto sfugge ai radar del sistema. Ed è lì il terreno fertile, è lì quel letame da cui possono nascere fiori. »
Quel fertile letame italiano – That fertile italian manure

«Però che bella Italia che mi lascio alle spalle, un’Italia ritrovata: Vicenza, dove a metà dello scorso decennio imparavo le parole di una ribellione antimilitarista, umiliata dalla solitudine in cui l’abbiamo lasciata ma che ancora si rimbocca le maniche, come i ragazzi del Bocciodromo, di fronte alla base militare americana “Dal Molin” che finché resterà lì resterà un’ingiustizia.

Quella bellissima domenica mattina in Piazza della Loggia a Brescia, suonando per la strada a 50 metri dal monumento alla strage con un capannello di gente che per ore è stato ad ascoltarci.
La solita Milano che anche quanto ti invita in radio per un’intervista, non dico un pranzo, ma nemmeno un bicchiere d’acqua ti offre. E poi se devi suonare per strada, pretende i tuoi dati, i tuoi orari. Controllata e fredda, calda solo all’interno delle mura di casa, dove i bambini crescono.
Che bella Torino, freddo ghiaccio sotto cui scorre acqua di sorgente. E l’onore di inaugurare la nuova sede del CSOA Gabrio, perché le energie si rinnovano anche sotto il ghiaccio, perché quando arriverà la primavera da quelle montagne verrà giù di tutto.
Ad Asti la serata più impressionante, con i ragazzi dell’ex-Mutua occupata. Alla mezzanotte abbiamo staccato i microfoni perché ai piani superiori i bambini dormono. Abbiamo continuato in acustico finché c’è stato limoncello e finché ci hanno riportato di peso a Torino. Non so se i miei compagni di viaggio hanno colto, ma suonare per quelle famiglie, a qualunque compenso è un’esperienza indimenticabile, perché quelle sono le persone che più sono pronte a sentire questo messaggio, perché se si deve ricominciare è da lì che si deve, tra chi non ha casa, tra chi non ha che buoni motivi per mandare all’aria questa società.
E Bologna, dove i tempi che cambiano spingono anche l’XM24 a cambiare, ma cambiare non è il dramma, è sapere dove andare. E siccome anni di freddo e solitudine e coraggio non vanno via senza aver insegnato niente, so che la strada che aprirete comunque sia sarà una strada per tanti.
E il Teatro Rossi Aperto, un teatro del ‘700 a Pisa, dimenticato per un decennio e riaperto da un manipolo di giovani con coraggio, consapevolezza e passione. Con le coperte sulle seggiole, da tirarsi su fino al naso durante lo spettacolo e assistere imbacuccati per il freddo. Questa è l’Italia che mi piace!
E che dire di Napoli? Perfido porto delle peggio malefatte. Un ultimo ricordo lasciato nel legno e sulla pelle del contrabbasso, una “notte bianca” cacciati dalla “GalleRi @rt” dai decibel della disco delle periferie in odor di Camorra portate nel centro storico dai sovvenzionamenti del Comune, che in effetti aveva promesso di portare le periferie al centro. Noi ci abbiamo provato a trovare un angolo tranquillo dove suonare, ma dopo aver cantato “O bella ciao” in Piazza del Gesù insieme a qualche centinaio di persone, il microfono ce lo avrebbero rotto in testa. E allora, balliamo balliamo, mentre la nave affonda. Oppure ritroviamoci tutti a Casa Cuma, tutt’al più, tra una buona musica e una buona chiacchiera si può affondare qualche dispiacere, nel vino.

E il fuori-pista a Massa da Fabrizio, a riposare tra le Alpi apuane e leggende di anarchici di ieri e di oggi.
Perugia e l’aula magna dell’Università per stranieri gremita di gente ben oltre le etichette, perché si parlava di viaggi e viaggiatori e quindi per le etichette di posto non ce n’era.
Roma, annusata di fretta, l’ultima sera del tour, alla periferia della Prenestina, in un laboratorio di arte e socialità, improvvisamente al buio per l’inceppo dei generatori e un concerto acustico in un centro sociale e la gente che ballava più di prima.
E poi tanti numeri, i 1500 km percorsi, più o meno come le persone che hanno ufficialmente assistito ai concerti, i 350 cd venduti.
E infine 30, i giorni d’Italia che mi lascio alle spalle.
Questa volta non mi sembra di partire. Mi sembra solo di allontanarmi un attimo.»
L’artista è solo un medium – The artist is just a medium

«Ma allora sto facendo un’apologia dei volgari, rozzi e violenti? No, non si tratta di indulgere, ma di cogliere l’occasione per insegnarsi qualcosa a vicenda. Per esempio, io, con il mio studio meticoloso del ragazzo ingenuo di provincia posso insegnare a qualche accademico e giornalista a scrivere “po’” con l’apostrofo e non con l’accento, oppure “dà” con l’accento se è voce del verbo “dare”, voi mi potreste suggerire un libro o un ricercatore pazzo che mi posso essere perso mentre inseguivo le dinamiche del mondo.

[…]

Anche quelli che tornati a casa stremati, frustrati, confusi, si attaccano al computer e si lasciano andare a commenti offensivi, ad insulti, quelli che la rabbia li ha accecati e rispondono alla cieca ai colpi che la vita ogni giorno gli assesta.

Anche questi hanno qualcosa da insegnare agli istruiti che si scandalizzano di fronte allo strappo dell’etichetta […]»
La volgarità non mi farà divorziare dalla mia gente – Vulgarity will not make me divorce my people

« <<Ma spiegare una guerra con l‘odio tribale e‘ come spiegare un incendio doloso col grado di infiammabilita‘ del legno da costruzione, e non col fiammifero gettato da qualcuno.

Un simile approccio non e‘ solo imbecillita‘. E‘ deliberata volonta‘ di non capire, dunque complicita‘ col piromane>>.
[…]
Chiunque invochi la rivoluzione siriana contro Assad comodamente seduto al suo computer in qualche casa europea o di qualsiasi altra parte del mondo e‘ a ben andare un irresponsabile. Come ho detto altre volte, e‘ facile fare le rivoluzioni con il culo degli altri.
[…]
<<Dobbiamo domandarci: con quali mezzi una minoranza, armata di cannoni, servizi segreti e mass media, e‘ riuscita a imporre uno scontro sanguinoso a una maggioranza che non lo voleva?>>
[…]
<<E‘ un fatto che nei conflitti si ruba meglio: il caos favorisce i ladri, il sangue mimetizza le azioni. Ma la guerra ha un altro vantaggio: depenalizza la rapina. Se rubare e‘ reato, derubare il nemico e‘ atto patriottico.>>
[…]

Io resto dell‘idea che la sollevazione in Siria, proclamata precocemente rivoluzione e presto trasformatasi in una guerra tra bande (com‘era ampiamente prevedibile, vedi Libia), sia un passaggio dell‘agenda americana all‘interno di un piu‘ ampio disegno neo-colonialista a lungo termine sul Medio Oriente.»
Da Sarajevo a Damasco: saggio sul conflitto siriano visto da una prospettiva balcanica

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...