Da “E poi, il futuro”, di Fabrizio De André

Ai libri preferivo gli animali, che avevo radunato in una sorta di “comune” vociante, sul terrazzo di casa: uccelli, porcellini, conigli, colombi, e anche un paio di oche, che mi ricordavano i tempi felici, quando eravamo in campagna.

A 16 anni, poi, in montagna, sfondai la porta di una chiesa: era notte, e mi misi a far l’amore su una panca, con la ragazza che volevo sposare.
A mio padre, già vicesindaco, più avanti amministratore del gruppo Monti, costò una cifra convincere il parroco a ritirare la denuncia. Ero anarchico, più che discolo. Mi ero formato su Stirner e Bakunin, senza contare Brassens.

I miei genitori mi hanno sempre lasciato una libertà enorme. A 18 anni me ne andai di casa, e vissi girovagando nei vicoli della Genova vecchia. Ma mi sposai molto presto, a 22 anni, e dovetti inquadrarmi, perché a vivere nei vicoli, se non si conoscono certi espedienti che frequentando quel giro sono a portata di mano, non si mantiene una famiglia.

La campagna, se la ami, ha benedizioni e anche insidie, ma incolpevoli. Non per niente ci sarei tornato ogni estate, per una fila interminabile di estati, a dormire nella stalla, a giocare con i vitelli, a correre tra i boschi e i prati delle mie paure bambine.
E a 35 anni mi sarei trasferito in Gallura non per fuggire ma per ritrovarla, la campagna. L’erba, il fieno, la terra, quel tipo di luna molto meno diafana, molto più carnale di quella che ci appare in città, tra lo smog di Milano.
E gli stronzi di vacca che diventano legno, sotto il sole. E il dialetto, che rende più saporite anche le bestemmie, e più limpide.

 

Fu grazie a Brassens, maestro di pensiero e di vita, che scoprii di essere un anarchico. Mi ha insegnato per esempioa “lasciare correre i ladri di mele”, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti.

Mi secca piacere per la voce. Certe volte canto nel peggior modo possibile, stonando magari. E’ il contenuto che conta e questo non tutti lo capiscono.

Proletario io? Né falso né vero. Se sono “più modestamente”, un anarchico, è perché l’anarchia, prima ancora che un’appartenenza, è un modo di essere. Lo ero, del resto, fin da bambino
[…] vivendo sulla mia pelle la drammatica schizofrenia di chi abita contemporaneamente da entrambi i lati della barricata.

Anarchico […] è uno stato d’animo, una categoria dello spirito.

Il sogno della mia vita sarebbe poter costruire un villaggio in cima a un monte con tante case abitate dai miei amici e soltanto da loro, con tanto verde e tanti fiori. Abolirei i telefoni, la radio, la televisione e ogni mezzo di informazione. Ai piedi del monte farei costruire un palazzo enorme dove, lì si, metterei i telefoni, radio, ecc. Però questa costruzione dovrebbe servire soltanto come ufficio. E’ un sogno, ma ve la immaginate una vita privata lontana dalla “civiltà”?

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Un pensiero su &Idquo;Da “E poi, il futuro”, di Fabrizio De André

  1. Molto belli questi estratti! È vero che tendenzialmente ci piacciono le parole che assomigliano a come già la pensiamo, ma queste sono scritte davvero bene.
    Una sola piccola nota: Gesù Cristo è un personaggio storico, non è in dubbio la sua esistenza (http://it.wikipedia.org/wiki/Gesù). Ovviamente è discutibile ciò che rappresenta o ha rappresentato… :-)

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