Cit. “il libro nero”, di Orhan Pamuk

“Il libro nero”, in lingua originale “Kara Kitap”.
Più leggo questo libro (il primo libro trovato in biblioteca a caccia di qualche opera del premio Nobel turco Orhan Pamuk), più rimango estasiata dalla sua capacità di penetrare l’animo dei protagonisti, di svelare un popolo a furia di dettagli fulminanti, di analisi psicologiche, di fantasie e (a volte un po’ pesanti) artificiosi giri di storie e di parole.
Perciò, fino a fine lettura, man mano raccoglierò qui alcuni pezzi significativi, in particolare quelli che si riferiscono al processo di occidentalizzazione che ha vissuto la Turchia nell’ultimo secolo.
Buona lettura :)

I manichini di Mastro Bedii
Pag.63 Per secoli la nostra cultura ha ignorato completamente l’arte di fabbricare manichini al di là di qualche fenomeno “folcroristico”, odoroso di sterco e di campagna come gli spaventapasseri. Il primo artigiano a intraprenderla, il santo patrono della fabbricazione di manichini, fu mastro Bedii […]
Pag.64 Trovatosi faccia a faccia con queste mirabili creature, realizzate con grande abilità artistica, il gretto ministro […] andò su tutte le furie: imitare alla perfezione le creature di Allah significa impegnarsi in una sorta di competizione con Lui, sicché i manichini vennero rimossi dal museo e tra le navi da guerra vennero sistemate delle balaustre.
Il divieto, le cui manifestazioni compaiono assai di frequente nella nostra storia di interminabile occidentalizzazione, non spense l’autoinnescato fuoco artigiano di Mastro Bedii […]
Pag. 65 Continuò il suo delicato lavoro con passione e fiducia, insegnando anche al figlio l’arte in cui era diventato maestro. Finché, dopo venti anni di ininterrotto lavoro, si accorse che i famosi commercianti di Beyoglu avevano cominciato anche loro a mettere qualche manichino in vetrina, come conseguenza del fatto che, nel trambusto della prima ondata di occidentalizzazione divampata nei primi anni della nostra repubblica, gli uomini avevano gettato il fez per il panama e le signore si erano cavate il velo per infilarsi le scarpe con i tacchi alti. […]
I proprietari dei grandi negozi […] rifiutarono tutte le sue creazioni a una a una. I manichini che lui faceva, dissero, non assomigliavano ai modelli occidentali che ci davano lezione di stile. Al contrario, assomigliavano alla nostra gente. << Il cliente >>, disse uno dei proprietari dei grandi magazzini, << non vuole vedere il cappotto sulle spalle di un qualsiasi turco baffuto, culo basso, nero come un corvo e tutto pelle e ossa, tipo quelli che si incontrano a decine di migliaia per strada; aspira alla giacca che vede indossare da una persona mai vista prima, bella, venuta da una terra lontana, convinto, mettendosela, di cambiare anche lui, di diventare un altro […] I Turchi, ormai, non volevano più essere “turchi”, ma qualcosa di diverso. Era appunto per questo che avevano richiesto a gran voce un codice di buone maniere, che si erano rasi la barba e che avevano sottoposto a riforma lingua e alfabeto. Un altro bottegaio, più laconico, dichiarò che i suoi clienti in realtà non comperavano un abito, ma un sogno. Quello che intendevano veramente acquistare era il sogno di essere gli “altri” che vestivano in quel modo.
Mastro Bedii non prese nemmeno in considerazione l’eventualità di produrre manichini in consonanza con simili idee. Capì che non avrebbe mai potuto competere con questi prodotti importati dall’Europa, nelle loro singolari posture, con quei sorrisi al dentifricio, sempre diversi.

Pag. 67 << Mio padre >>, spiegò con orgoglio il figlio del fabbricante di manichini, << diceva sempre che dobbiamo soprattutto prestare attenzione ai gesti che fanno di noi ciò che siamo >>. Dopo lunghe, estenuanti, ore di lavoro, lui e il padre emergevano dal mondo buio di Kuledibi, prendevano un tavolino in prima fila al famoso caffé dei ruffiani, su a Taksim, ordinavano un tè e se ne stavano lì ad osservare i “gesti” della folla nella piazza. A quei tempi il padre era ancora convinto che lo stile di vita di una nazione, la storia, la tecnologia, la cultura, l’arte e la letteratura possono cambiare, ma i gesti assolutamente no.
[…]
Quando il figlio sbottò << Alla fine mio padre smise di osservare anche i movimenti più comuni >> ebbi la sensazione di avere già intuito questa tremenda verità. Padre e figlio avevano cominciato ad accorgersi che questi movimenti ordinari che ho cercato di definire “gesti” – una soffiata di naso o una risata grassa, un’andatura o un’occhiata poco cordiale, una stretta di mano o l’atto di stappare una bottiglia – si erano modificati, perdendo la loro autenticità. […]
Pag. 68 I gesti che padre e figlio definivano << il più grande tesoro dell’umanità >>, i piccoli movimenti fisici che la gente compie nella vita di ogni giorno, si erano andati modificando a poco a poco e secondo una logica, fino a scomparire come obbedendo agli ordini di un “capo” invisibile, unicamente per essere rimpiazzati da un insieme di altri movimenti, modellati su un originale altrettanto indefinibile. Finché, qualche tempo più tardi, mentre stavano lavorando insieme a una serie di manichini bambini, ogni cosa era parsa loro trovare una spiegazione. << Sono quei maledetti film! >> aveva gridato il figlio.
L’uomo della strada aveva cominciato a perdere la sua autenticità a causa dei dannati film che arrivavano a carrettate dall’Occidente per essere mostrati a rotazione nei cinema. Abbandonati i suoi, la nostra gente aveva cominciato ad adottare gesti altrui a una velocità incommensurabile. […]
Delineò punto per punto tutte le buone maniere e i comportamenti violenti che hanno annientato la nostra rozza innocenza. Quando scoppiamo a ridere o apriamo una finestra o sbattiamo una porta; quando reggiamo una tazza di tè o ci infiliamo una giacca; sono tutti gesti acquisiti e privi di senso – annuire, tossire cortesemente, mostrare irritazione, ammiccare, tirare pugni con la propria ombra, inarcare le sopracciglia, ruotare gli occhi al cielo – desunti dai film. Suo padre non aveva nemmeno più voluto vederli questi movimenti impuri, meticci, falsi. Timoroso della loro influenza, che minacciava l’innocenza dei suoi << figli >>, aveva deciso di non uscire mai più dal suo laboratorio. Si era chiuso nella cantina di casa, dichiarando di avere già scoperto da tempo << il significato che deve dispiegarsi e l’essenza del mistero >>. […]

Pag. 69 […] gli sventurati che si ammazzano tra loro perché non hanno il coraggio di buttarsi su un letto a fare l’amore […]

Quando il figlio caratterizzò Mastro Bedii dicendo << Mio padre non ha mai perso la speranza che un giorno il genere umano avrebbe conquistato la felicità di non dovere imitare gli altri >>, io stavo invece pensando che anche questa folla di manichini moriva dalla voglia di uscire al più presto da quella tetra e polverosa segreta per emergere, come me, sulla faccia della terra, guardare altra gente alla luce del sole, imitarla e poi vivere felicemente, come facciamo noi, cercando di diventare un altro.

Pag. 139 Non c’è dubbio che il metodo cinematografico, tramite l’incisività del viso di tante belle donne, la musica simmetrica e travolgente degli organi da chiesa, le ripetizioni di immagini che costituiscono reminescenze di inni raffigurazioni splendide, accattivanti per l’occhio, alcol, armi, aerei, vestiti, si è dimostrato più drasticamente funzionale e definitivo della metodologia sperimentata dai missionari in Africa e in America latina.

Pag. 196 << Esiste un solo individuo che sappia essere unicamente se stesso? >>

Pag. 197 Mi era venuto in mente lo sviluppo di una idea avuta anni prima. Anzi, agli inizi non si poteva nemmeno definire un’idea. Era caso mai una specie di ritornello fisso nella mia mente fin dall’infanzia e affiorato d’improvviso ai miei orecchi…anzi no, direi piuttosto emerso dal profondo dell’anima: << Devo essere me stesso. Devo essere me stesso. Devo essere me stesso >>.
[…]
Fu allora, nel cuore della notte, che mi resi conto di quanto mi facesse piacere vivere lontano dalla folla e dal letame di quel rivoltante disordine che “loro” (l’imam che predica il venerdì, gli insegnanti, mia zia, mio padre, i politici, tutti insieme) considerano la “vita”, esortandoci tutti ad immergerci in essa. Mi faceva talmente piacere aggirarmi per il giardino della mia memoria e non nelle loro favolette banali e scipite, che guardavo persino le mie gambe, allungate sullo sgabello, con affetto; scrutavo con spirito tollerante la mia brutta mano che portava avanti e indietro dalla bocca la sigaretta, il fumo che soffiavo al soffitto. Per la prima volta nel giro di moltissimi anni riuscivo ad essere me stesso! Ad amarmi per quello che ero.
Pag. 198 […] questa sensazione si trasformò in una sorta di energia che pervadeva con furia e impazienza non soltanto me ma anche la mia misera vecchia stanza dove ero seduto e tutta la “realtà”. Fu con questa energia in corpo che ripetei quelle parole, non come un ritornello ma con felice rabbia.
<< Devo essere me stesso >> ripetei senza prestare alcuna attenzione agli altri, alle loro voci, agli odori, ai desideri, al loro amore e odio. Se non so essere me stesso divento quello che vogliono loro, una persona che non posso sopportare di essere; piuttosto che l’intollerabile persona che vogliono loro, pensai, meglio non essere nessuno, o non essere affatto.

Pag. 205 […] gente che ha passato tutta la vita a lavorare con una lente d’ingrandimento in mano per cercare di trasformare il dedalo di viuzze di Istanbul nelle strade di Berlino fiancheggiate dai tigli, o nei boulevard di Parigi che si irradiano come stelle, o nei viali di San Pietroburgo con i loro ponti, immaginando marciapiedi moderni dove anche i nostri generali, come i loro colleghi europei, potessero portare i loro cani al guinzaglio a farsi una tranquilla cagatina serale. (!)

Pag. 223 […] Avevo comunque appreso un concetto indimenticabile: nessuno può mai essere se stesso. […] Sapevo che la mamma sana e cordiale che porta il suo bambino a prendere il sole al parco si è sacrificata a diventare la replica di un’altra madre che faceva la stessa cosa. Sapevo che le anime tetre che escono alla spicciolata dai cinema […] sono tutte ossessionate giorno e notte dagli spettri del loro originale, che vorrebbero emulare.

Pag. 365 A rendere il mondo un luogo misterioso è la presenza della seconda persona che ci portiamo dentro, con cui viviamo come un gemello.

Pag. 382 Leggere è come guardare in uno specchio; chi conosce il “segreto” del vetro può attraversare lo specchio; chi invece non ha alcuna nozione delle lettere non troverà nel mondo niente di più del proprio volto ottuso.

Pag. 392 Galip capì ancora una volta, mentre sprofondava in un sonno lungo e profondo, che l’aspetto fondamentale del sonno – oltre a far dimenticare la straziante distanza tra chi si è e chi si è convinti di diventare un giorno – consiste nel mescolare intimamente tutto ciò che si è sentito con ciò che non si è sentito, il visto con il non visto, ciò che si sa con ciò che non si sa.

Pag. 409 Lo sai benissimo che la metà femminile dei giovani di questo paese sposa sempre i figli delle loro zie e la metà maschile le figlie degli zii  °_°

Pag. 410 Senti, ti ammiravo talmente che quando leggevo un tuo testo particolarmente acuto mi mettevo a saltare sulla poltrona, gli occhi mi si riempivano di lacrime; […] pensavo talmente tanto a te che a un certo punto la distinzione fra le nostre due persone svaniva nella nebbia e nel fumo della mia immaginazione. No, non sono mai arrivato al punto di ritenermi io l’autore di quei testi. […] Mi sembrava di essere partecipe della creazione delle tue frasi acute, delle tue intelligenti invenzioni e idee.

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Pag. 417 Ho deciso che la verità dietro cui ci hai fatto correre per tutti questi anni, definendola “mistero”, […] è la seguente: in questo paese nessuno può mai essere se stesso! In questo paese di frustrati e sventurati essere significa essere un altro. Sono un altro ergo sono. Benissimo, ma se per caso quello con cui voglio scambiarmi di posto è a sua volta un altro?

Pag. 460 E’ soltanto quando non rimane più niente da raccontare che si arriva vicini ad essere se stessi. […] Quando si sente nell’intimo un silenzio profondo, perché libri, reminescenze, storie e la stessa memoria si sono spenti, soltanto allora si può sentire la propria vera voce.

Pag. finale: Tutto sommato, non c’è niente di soprendente come la vita. Tranne lo scrivere. Lo scrivere. Sì, certo, tranne lo scrivere, l’unica consolazione che abbiamo.

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